domenica 11 maggio 2008

Articolo

Di seguito pubblico questo articolo di Katia Ippaso, perchè spiega meglio di me alcuni concetti relativi a Gomorra in teatro. E' un modo anche per ringraziarla.

Katia Ippaso
Non ha effetti spettacolari ma ti trascina dentro una storia nera di ragazzi bruciati. Con le armi mai ambigue della non violenza, evoca la violenza degli affari di camorra: la linea immateriale del denaro che occulta il sangue versato, mettendo in scena pantomime da "società degli uomini". E' "Gomorra", il romanzo-reportage di Roberto Saviano, sintesi alchemica di abilità narrativa e indagine sulla realtà senza difesa personale dal pericolo (in caso contrario, non sarebbero nate quelle parole). In attesa dell'omonimo film di Matteo Garrone, in concorso a Cannes, il 25 aprile "palcoscenico" di Rai Due si apre con la messa in onda dello spettacolo teatrale di Saviano e Mario Gelardi, regia televisiva di Marisa Vesuviano (ore 22.30). Gelardi dice di essere preoccupato: "Non è l'esito del programma quello che mi rende pensieroso, per sua natura il teatro in televisione non ha fortuna e tutto quello che verrà va giudicato con ottimismo. I miei pensieri girano intorno all'accoglienza che potrà avere il lavoro: si è detto che il mio è uno spettacolo popolare, che piace più al pubblico che agli addetti ai lavori". Inconsapevolmente, il regista teatrale ci dà una bella notizia e ci costringe a misurarci sul significato della parola "popolare". Che “Gomorra”, lo spettacolo, non abbia completamente soddisfatto gli addetti ai lavori (cosa a noi incomprensibile, dal momento che si tratta di un’opera rigorosa che evita l’epicizzazione banale del crimine, materia preferita dalle nostre fiction) va a suo merito, che abbia riempito i teatri pure. La dolorosa messa a fuoco di uno scollamento del linguaggio politico dalla reale condizione umana non è, ovviamente, solo materia di discussione specialistica, e investe sensibilmente la cultura, che nel nostro paese è gestita nella sua gran parte da una elite miope, una nicchia invidiosa dei Saviano del mondo, di quelli che non si vergognano di andare in prima linea (salvo poi essere costretti ad osannarli quando il fenomeno diventa internazionale o voyeuristico: lo scrittore ventinovenne, minacciato di morte dalla camorra, gira oggi sotto scorta). Lo spettacolo somiglia clamorosamente al libro. Eppure ne è la versione cameristica. Della complessa materia messa in campo da Saviano, sono state isolate solo cinque storie: dalla parte dei “ragazzi di vita” ci sono Picatchu che da grande vuole fare il boss e morire ammazzato come i boss, Mariano fissato col signor Kalashnikov, e Kit Kat, baby corriere della droga. Giovin signore dell’Apocalisse, Stakeholder è invece uno che ha studiato alla Bocconi e si è “specializzato” nel riciclo e nello smaltimento dei rifiuti tossici. C’è poi l’innocente Pasquale, il sarto che ha cucito per una manciata di euro, senza saperlo, l’abito che Angelina Jolie ha indossato la notte degli Oscar. Infine c’è lui, Saviano, incarnato da un attore fuori norma, Ivan Castiglione, in grado di mostrarci, secondo una drammaturgia fisica del dolore che scarta la paura, la solitudine di chi è in ascolto e solo dopo aver ascoltato parla. Tutto questo è popolare? Non piace del tutto agli addetti lavori? Se fosse veramente così, saremmo salvi.

1 commento:

demorciso ha detto...

Italia,rialzati e sorridi!